Il rito gallicano e le sue potenzialità spirituali

crisostomoL’Italia all’indomani della caduta del muro di Berlino ha conosciuto un periodo di straordinaria fioritura e rinascita di comunità ortodosse. Quasi ogni Paese ortodosso ha la sua comunità, quasi ogni Paese di origine dei flussi migratori fa conoscere in modo indiretto l’Ortodossia.Nonostante questo fatto sicuramente positivo, pochi sanno che anche prima dell’arrivo di fedeli da altre parti del mondo vi erano già piccole presenze ortodosse.

Molteplici furono gli uomini di fede e i prelati che tentarono tra molte insidie e difficoltà di far vivere una reale presenza ortodossa in Italia. Poche erano le disponibilità economiche, pochi i luoghi di culto e quasi assenti i luoghi di formazione quali i seminari dove poter formare teologicamente i futuri rappresentanti del Clero ortodosso stesso. Insomma una realtà presente ma poco conosciuta e poco radicata, fu una specie di trestimonianza ortodossa.

Questa testimonianza era vista come una sorta di simulacro di ciò che fu e che non sarebbe mai tornato, quasi come se fosse la prova vivente della supremazia della Chiesa Latina. Gli anni Novanta hanno portato in Italia una mole di fedeli ortodossi mai vista prima d’allora, con essi sono arrivati i prelati dai propri Paesi di origine.

Gli italiani si confrontano in alcuni casi con queste realtà e il primo approccio è costituito dalla Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo, che è anche chiamata Divina Liturgia Bizantina. Non è il nome proprio perchè le sue origini derivano appunto dalla trasposizione cultuale dei primi secoli, compiuta da San Giovanni Crisostomo. Ebbene, già il fatto di chiamarla così (ciò accade soprattutto per gli occidentali), denota una chiara volontà di circoscrivere l’Ortodossia. Porre l’accento sull’origine bizantina vuole denotare l’alterità di questa liturgia rispetto al rito cattolico. Ci sono svariati motivi per un’operazione di questo tipo: la seconda metà del ’900 ha visto trionfare in Italia l’opera di secolarizzazione della nostra cultura.

Questo passaggio fu accompagnato dal Concilio Vaticano Secondo, Concilio che tra gli altri editti aberranti stabilì una nuova specie di messa. Buona parte dei fedeli accolsero con entusiasmo le riforme, tuttavia ne rimaneva scontenta una parte di coloro che preferivano un approccio sacrale più profondo e contemplativo. Fedeli che davvero non si riconoscevano nel nuovo culto di stampo assembleare e protestante post-conciliare.

Forti furono i tentativi di resistenza, che oggi costituiscono parte del dissenso tradizionalista: ciò che accomuna quel mondo, però, è la chiara matrice politica reazionaria e poco conciliante con un mondo in evoluzione. Ebbene, questo è il contesto di fede in cui è immerso l’italiano medio. Vedere e osservare anche solo inizialmente da lontano alcuni frammenti comunitari della vita delle varie presenze ortodosse può indurlo a cercare di approcciarsi ad esse. Il momento in cui un occidentale varca la porta principale di una chiesa ortodossa durante la Divina Liturgia è un momento di estremo stupore.

Un trionfo di colori e di profumi indotti dall’incenso e di suoni apportati dalle sole voci del coro. I tre sensi vivono e un occidentale vive la liturgia, la vede, la sente e udisce quanto viene predicato e le preghiere che partono dal clero. Insomma chi ne ha avuto esperienza rimane in ogni caso affascinato.

Questo è quanto accade dopo la prima esperienza. I motivi sono anche dovuti alla difficile comprensione di quanto si è udito. Non si capisce la lingua, la si sente e la si percepisce come troppo lontano dalle proprie radici. Insomma si considera l’esperienza vissuta come un viaggio alla scoperta di un nucleo etnico orientale, o anche come una scoperta di come pregano i vicini di casa dell’Est. Questa è un’espressione se vogliamo volgare, ma che rende l’idea di cosa si intende per emarginazione e di come si vuole relegare l’Ortodossia in Europa.

La paura di una nuova fase di proselitismo missionario latino nelle proprie terre d’origine, non dà spazio alla creazione di un clero ortodosso occidentale, e dunque all’apertura nei confronti di quei fedeli che si avvicinano alle chiese ortodosse pur provenendo da Occidente. Il modo e il metodo per diminuire questa distanza tra occidentali ed orientali in realtà ci sarebbe, ma per varie ragioni non si pratica come si dovrebbe.

Tuttavia anche l’Italia è stata una terra Cristiana Ortodossa. Prima delle riforme dei principi barbari e soprattutto delle riforme apportate da Carlo Magno, in Occidente vi era un rito particolare che è considerato tra i più antichi. Sto parlando del Rito Gallicano, le cui descrizione e compilazione vengono tradizionalmente attribuiti a San Germano di Parigi. Si ritiene che sia una sorta di trasposizione tarda del rito antichissimo, ma è di fatto la più antica forma celebrata in Occidente.

Il Rito Gallicano rimase attivo in Occidente fino all’VIII secolo, quando fu lentamente sostitutito e soppiantato dal rituale romano. La differenza rispetto al rito orientale non sta nelle parti che compongono il rituale, che di fatto sono sovrapponibili a quelle orientali, quanto piuttosto nell’utilizzo delle lingue.

Per la celebrazione del Rito Gallicano si utilizzano il latino e le lingue volgari occidentali. La sua storia fu avversata dalla Chiesa Latina che tentò di cancellare ogni traccia di questo rituale con un’operazione molto simile a quella che nei secoli successivi fu praticata dalla Santa Inquisizione. Rimasero però i messali e diverse tracce.

Grazie al vescovo santificato Giovanni Maximovich fu possibile tornare a praticare questo Rito in Occidente e in particolare nelle Americhe. San Giovanni Maximovich era molto sensibile al problema delle comunità orientali al di fuori del “mondo bizantino” che da secoli erano ormai integrate nei contesti in cui vivevano, e fece rivivere e celebrare questo Rito in America.

Questo rituale fa paura, perchè può essere un mezzo per risolvere eventuali problemi e lacune spirituali degli occidentali. Fa paura perchè se fosse conosciuto come si dovrebbe potrebbe davvero affascinare ed incuriosire diversi fedeli che provengono dalla Chiesa Latina. E’ un rituale avversato anche da alcuni stessi prelati di origine slava, tanta è la loro paura di essere ricondotti ad essere di fatto parte della Chiesa Latina.

Insomma, come ho già accennato è un ritale poco conosciuto e molto avversato ma va ricordato in ogni caso a tutti i lettori e a tutti gli uomini di fede il fatto che l’Ortodossia non è un rito. Non è il Rito Bizantino, non è il fatto di avere la grazia di essere nati in certe zone del mondo né tanto meno di saper parlare in determinate lingue. L’Ortodossia è la fede dei Padri della Chiesa Universale, ed il fatto che si utilizzi un rito che possa portare ad avere più fedeli non dovrebbe creare discordia.

C’è molto da fare, ma sarebbe meglio lasciar perdere e riservare questi litigi agli inebetiti figli di culture di importazione stupide e vuote, che vogliono rendere tutta la popolazione europea parte di un movimento fondamentalista mondiale pseudo-cristiano di stampo statunitense. Lasciamo che ci si apra alla conoscenza di antiche ritualità e che questo processo ci porti ad avere la pace interiore di cui ognuno di noi intimamente avrebbe bisogno.

Padre Anatolio

 

 

Category: Approfondimenti
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